sabato 28 novembre 2009

Cime di rapa per l'orto invernale

Diffusissima nel Meridione d'Italia, la cima di rapa comincia ormai a trovare sempre più spazio anche negli orti del Centro e del Nord. La sua rusticità, che la rende praticamente coltivabile su quasi tutti i tipi di terreno, l'estrema varietà delle tipologie presenti in commercio, che differiscono tra loro soprattutto per la lunghezza del ciclo vegetativo, ne fanno un ortaggio versatile e adattabile a climi e ambienti diversi.
La cima di rapa (Brassica rapa L. subsp. sylvestris) appartiene alla famiglia botanica delle brassicacee e si differenzia dalla rapa comune soprattutto per il differente ciclo vegetativo e per la radice fascicolata e non fittonante. Può raggiungere dimensioni anche notevoli ma estremamente variabili a seconda della tipologia, fino a oltre un metro di altezza nelle varietà tardive. Le foglie sono generalmente lisce, dentate, allungate e di colore verde scuro. Le infiorescenze, quando completamente sviluppate, sono larghe dai 5 ai 10 cm con petali di colore giallo vivo. Le radici tendono a svilupparsi piuttosto in superficie.
Il ciclo vegetativo della pianta è estremamente variabile a seconda delle specie. Esistono varietà precoci, in grado di fornire raccolto dopo soli quaranta giorni dalla germinazione e varietà tardive, che richiedono più di sei mesi di coltivazione. La cima di rapa necessita di forti irrigazioni, ma teme sia il caldo eccessivo che il forte gelo. Per questo motivo i mesi migliori per la sua coltivazione sono quelli estivo-autunnali, con la semina che può avvenire già a partire dalla fine di giugno al Nord. Nelle zone più fredde della penisola, infatti, è bene procedere al raccolto prima dei geli invernali, magari optando per la coltivazione di varietà precoci, in grado di dare frutto a partire da settembre-ottobre. Viceversa, per la semina al Sud è preferibile attendere la fine di agosto per sfruttare l'irrigazione naturale delle precipitazioni autunnali e risparmiare alla pianta lunghi periodi siccitosi nell'orto estivo.
La cima di rapa si adatta a quasi tutti i tipi di terreno, pur preferendo suoli sciolti, ben drenati e a pH neutro. E' buona norma lasciar trascorrere almeno due anni prima di coltivare l'ortaggio nell'aiuola dove abbiano già trovato posto altre brassicacee (cavolfiori, cavoli cappuccio, cavoli verza, cavoli neri, broccoli, rucola, rape, ravanelli). Non è necessaria una concimazione troppo abbondante, anche in virtù della spiccata tendenza della pianta ad accumulare nitrati, che rende decisamente sconsigliabile l'eccesso di fertilizzazioni azotate. Una buona soluzione potrebbe essere quella di far seguire la coltivazione della cima di rapa a quella di piante che richiedono forti concimazioni, come pomodori, zucche o zucchine, in modo da poter sfruttare la fertilità residua del terreno, senza procedere ad ulteriori apporti di sostanza organica o minerale. E' opportuno ricorrere alla concimazione solo nell'eventualità che si operi in terreni poveri o che la vegetazione appaia visibilmente stantata. In quest'ultimo caso può essere utile intervenire in copertura da una a tre volte, a seconda della lunghezza del ciclo colturale, ma con estrema ponderazione onde evitare problemi con l'azoto.
Soprattutto nelle coltivazioni autunnali o in presenza di terreni compatti e ambienti molto umidi, è opportuno predisporre le aiuole adottando un qualche sistema di sgrondo dell'acqua. Una soluzione valida potrebbe essere quella di sopraelevare il piano di coltivazione rispetto al resto del campo di una decina di centimetri oppure di scavare appositi canaletti di scolo dell'acqua piovana adiacenti alle aiuole.
Il sistema più diffuso di semina della cima di rapa è quello diretto in pieno campo, che si può praticare a spaglio o a file. La seconda tecnica rende ovviamente più agevoli le operazioni di controllo delle infestanti. Dopo due o tre settimane dalla germinazione, è opportuno diradare le piante lasciando almeno 20 cm di distanza sulle file e 40 cm fra le file. Si tenga presente che quanto più lungo è il ciclo colturale della varietà seminata, tanto più grandi saranno le dimensioni delle piante pienamente sviluppate e quindi maggiori le distanze che occorrerà mantenere fra esse.
Data la grande resistenza della piante ad avversità e parassiti, in genere non sono necessari interventi fitosanitari durante la più o meno lunga durata del ciclo colturale. Gli attacchi di rapaiola (pieris rapae) possono essere fronteggiati mediante la rimozione manuale delle larve, generalmente di discrete dimensioni e quindi facilmente individualili fra le foglie. Solo in casi rari è necessario intervenire con antiparassitari il cui uso è in ogni caso sconsigliabile nei piccoli orti familiari.
La raccolta della cima di rapa deve avvenire quando le infiorescenze sono ben sviluppate, ma comunque prima dell'apertura dei fiori, per evitare il decadimento della qualità complessiva dell'ortaggio. Si asportano con un coltello ben affilato o con una forbice le estremità superiori della pianta, con i fiori e le foglie circostanti, avendo cura che la lunghezza dello stelo raccolto non superi i 15-20 cm di lunghezza. In questo modo si darà la possibilità alla cima di rapa di rivegetare più volte, garantendoci copiosi raccolti protratti per diverse settimane.
Possono essere rinvenute in commercio molte varietà dell'ortaggio che si differenziano, oltre che per l'aspetto, soprattutto per la durata del ciclo vegetativo. Esistono infatti cime di rapa quarantina, sessantina, novantina, centoventina o gennarese e aprilatica, la cui raccolta può avvenire rispettivamente 40, 60, 90, 120, 150 e 180 giorni dopo la germinazione. Negli orti del meridione d'Italia è possibile imbattersi in interessanti varietà locali, come la riccia di San Marzano, la cima di rapa di Fasano, di Carovigno, di Noci, di Castrovillari, di Marzo, di San Martino, ecc. La regione nella quale la cima di rapa trova maggiore diffusione è la Puglia, dove l'ortaggio è molto conosciuto, nonchè utilizzato in famose ricette tipiche e inserito nell'Elenco dei Prodotti Tradizionali Regionali.

domenica 15 novembre 2009

Autunno sul balcone

La coltivazione del nostro piccolo orto sul balcone non è solo una prerogativa della bella stagione. Adottando i dovuti accorgimenti è infatti possibile ottenere bei cestini di verdura da un piccolo terrazzo di città anche in autunno. Sono poche le variabili alle quali prestare attenzione, ma occorre valutarle tutte, con cura.
Innanzitutto, la scelta delle colture. Ovviamente, non sarà più possibile mettere a dimora pomodori, peperoni o zucchine, ma la nostra preferenza dovrà obbligatoriamente ricadere su ortaggi autunno-vernini o a ciclo colturale breve. Spinaci, ravanelli, lattughe, cime di rapa quarantina o sessantina, rucola, bietine da taglio, radicchi potrebbero rivelarsi le scelte vincenti. Potremo optare per cavolfiori, cavoli neri, verze e cavoli cappucci solo se avremo a disposizione vasi grandi e spazio sufficiente per ospitare piante di notevoli dimensioni e dal ciclo colturale piuttosto lungo.
Le irrigazioni. In autunno non sarà necessario irrigare quasi compulsivamente i vasi per tenere costantemente umida la terra. L'irradiamento solare drasticamente ridotto rispetto ai mesi estivi, le basse temperature, le piogge frequenti e l'umidità ci consentiranno di ridurre al minimo gli apporti idrici alle nostre piante. In caso di balcone o terrazzo esposto alla pioggia potranno trascorrere mesi interi senza alcuna necessità idrica aggiuntiva. L'accortezza richiesta in questo caso sarà quella di svuotare regolarmente i sottovasi per evitare di esporre le radici delle piante a pericolosi ristagni idrici.
L'esposizione. Molti balconi, nel periodo autunno-vernino, si gioveranno della luce del sole per fasi del giorno estremamente brevi. In alcuni casi, soprattutto fra novembre e gennaio, l'irradiamento solare potrà essere addirittura completamente assente sul nostro terrazzo. Talvolta occorrerà sfruttare al massimo la poca luce disponibile, spostando i vasi nella zona più luminosa del balcone, magari riponendoli in un luogo più riparato al crepuscolo. In caso di latitanza completa del sole, la coltivazione di alcune specie orticole risulterà estremamente difficoltosa e saremo costretti a ripiegare su varietà in grado di svilupparsi in ambiente di penombra. In tali situazioni estreme, alcune specie di lattuga potrebbero fare al caso nostro. Infine, è molto importante che il luogo dove posizioneremo i nostri vasi sia sufficientemente arieggiato, per prevenire lo svilupparsi di malattie fungine, ma nello stesso tempo al riparo dai venti gelidi invernali che risulterebbero dannosi per le piante, suprattutto nella fase iniziale del loro ciclo vegetativo.
La terra. Come per le colture primaverili-estive, anche per quelle autunno-vernine la scelta di un buon terriccio assumerà importanza fondamentale. Date le minori necessità idriche e l'abbondanza di umidità tipiche della stagione, risulterà fondamentale adottare opportuni sistemi di drenaggio, per esempio sistemando piccoli sassi o palline di argilla espansa sul fondo dei vasi e mescolando il terriccio con una buona quantità di sabbia per favorire lo sgrondo dell'acqua. Anche in questo caso, tuttavia, la scelta di verdure a breve ciclo colturale e quindi con minori necessità nutritizie potrà semplificarci non poco la vita, consentendoci di evitare ripetuti apporti di concime organico o fertilizzante minerale.

Le cime di rapa dimostrano di adattarsi perfettamente alle ridotte disponibilità di spazio del nostro terrazzo.

La coltivazione della lattuga "a foglia di quercia", praticata nella sua variante da taglio, può dare ottime soddisfazioni se seminata entro la fine di ottobre.

Per la sua grande rapidità nel ricaccio, la lattuga "salad bowl" si dimostra estremamente versatile nella coltivazione su balcone.

Lo spinacio "matador" teme la siccità e presenta un'ottima resistenza al freddo, tale da renderlo adatto alla coltivazione autunnale, con una buona produttività anche in vaso.


giovedì 5 novembre 2009

Verdure d'inverno

Con il sopraggiungere della stagione fredda, estirpate le ultime piante di pomodori e zucchine, gli ortaggi estivi sono ormai solo un ricordo. Chi abbia seminato per tempo i cavoli, avrà certamente dato il via alle danze e cominciato con le scorpacciate di verze, cavolfori e broccoli. Anche finocchi e sedani, carote, porri e cicorie diventano in questo periodo protagonisti dei cestini degli ortolani più tempestivi nelle semine.
Ma per chi si accinga solo ora a mettere a coltura lo spazio lasciato libero da solanacee e cucurbitacee, ben poche sono le possibilità di cominciare con successo coltivazioni in piena aria a novembre. I più attrezzati potranno munirsi di serrette e teli per proteggere le proprie colture dal gelo e dalle intemperie. Tutti gli altri si limiteranno a lavorare il terreno e a concimarlo in attesa della nuova annata, che a partire da febbraio li vedrà impegnati con le prime semine.
Coloro che preferiscano fare di necessità virtù e non vogliano privarsi anche d'inverno del piacere di verdure fresche autoprodotte, non mancheranno di concedersi grandi soddisfazioni con la coltivazione di una particolare specie orticola che proprio tra l'autunno e l'inverno trova le condizioni ideali per la crescita: lo spinacio.

Quasi tutte le specie di spinacio non sopportano temperature elevate e siccità. Proprio per questo motivo il periodo ideale per la loro coltivazione è costituito dai mesi autunno-vernini. Il ciclo vitale della pianta, estremamente breve, consente di ottenere buoni raccolti già dopo meno di due mesi dalla semina. Quest'ultima può essere effettuata a spaglio o a file su terreni fertili, sciolti e privi di ristagni idrici. La rimozione delle infestanti deve essere eseguita con regolarità. In presenza di terreno fertile, non sono richiesti ulteriori apporti di fertilizzanti durante il breve ciclo vegetativo delle piante. Data la spiccata tendenza della specie ad accumulare nitrati, è comunque buona norma non eccedere con le concimazioni azotate.
Le piante adulte di spinacio sono in grado di resistere a temperature fino a qualche grado sotto lo zero. Il caldo eccessivo e la siccità costituiscono i veri nemici di questa preziosa specie orticola, la cui coltivazione nei mesi estivi è pertanto sconsigliata, a meno che non si adottino alcuni importanti accorgimenti come la scelta di varietà più resistenti al calore, la collocazione al riparo dal sole eccessivo e l'esecuzione di abbondanti irrigazioni giornaliere. Le piante di spinacio coltivate nei mesi caldi sono di norma meno produttive e spesso tendenti a montare precocemente a seme. Tra le varietà più diffuse in Italia, possono ricordarsi:
  • Riccio di Castelnuovo: foglie ricce, tonde e spesse
  • Riccio d'Asti: foglie verde scuro, tondeggianti, arricciate; medio-precoce, lento a montare a seme
  • Merlo Nero: piccole foglie verde scuro, leggermente arricciate e bollose; medio-precoce, resistente al freddo e lento a montare a seme
  • Gigante d'Inverno: foglie lisce verde scuro, ampie e carnose; precoce, adatto a coltivazioni autunno-vernine
  • America: forma a rosetta con foglie verde scuro; medio-tardivo, resistente al caldo, pigro a montare a seme
  • Matador: foglie verde chiaro, lievemente bollose; medio-tardivo
  • Grandstand: foglie verde scuro, spesse e bollose
  • R seven: foglie verde scuro, bollose
  • Viroflay: pianta vigorosa, grosso cespo, foglie verde chiaro lanceolate; precoce, molto produttivo nelle coltivazioni autunnali
  • Viking: grandi foglie verde chiaro, tondeggianti, lisce; resistente al freddo
  • Lorelay: foglie lisce; tardivo, lento a montare a seme